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DIRITTO A 360° – n.1 -5/5/2020

Un uomo, portatore di diverticoli e quindi a rischio di problematiche e complicazioni superiori alla media, ha subito una perforazione intestinale nel corso dell’esecuzione di una eco-endoscopia. Purtroppo, in conseguenza di tale incidente, nonostante diversi tentativi di riparazione, dopo 91 giorni dall’episodio il paziente è morto, senza aver mai lasciato la struttura ospedaliera ove è rimasto ricoverato sin da allora. Il decorso nosocomiale dello sfortunato paziente, peraltro, è stato particolarmente gravoso, connotato da un altissimo grado di sofferenza psico-fisica.

Gli eredi (moglie e figlio), essendo approdato nel nulla il processo penale che vedeva imputato il singolo medico che aveva eseguito l’esame fonte del sinistro, si sono rivolti al sottoscritto legale per intentare una causa civile in materia risarcitoria.

IL GIUDIZIO IN PRIMO GRADO

La struttura ospedaliera coinvolta nel caso è stata quindi citata in giudizio avanti al Tribunale di Modena al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei pregiudizi a vario titolo lamentati dalla moglie e dal figlio del defunto, quali: 1) i danni non patrimoniali subiti in proprio dal paziente e trasmessi “iure hereditatis” ai propri congiunti, quali in particolare il pregiudizio per il solo evento lesivo mortale in sé e per sé nonché il pregiudizio relativo alle sofferenze patite durante il decorso ospedaliero; 2) il danno non patrimoniale subito in proprio dai clienti, a fronte della morte del proprio famigliare cagionata da altri; 3) i danni patrimoniali corrispondenti alle spese funebri nonché per l’opera di consulenza medico-legale necessaria ai fini del giudizio civile; veniva altresì richiesto che fossero riconosciuti rivalutazione monetaria ed interessi legali sulle somme stabilite dal Giudice.

Il Tribunale di Modena, espletata la consulenza tecnica d’ufficio che ha riconosciuto le ragioni degli attori, ed in particolare il nesso di causalità tra la morte del loro congiunto e le condotte del personale della struttura ospedaliera, ha accolto parzialmente le domande spiegate dai clienti, condannando la struttura ospedaliera a risarcire loro: 1) un danno non patrimoniale “catastrofale” subito direttamente dal congiunto e trasmesso agli attori “iure hereditatis”, quantificato nella somma di € 13.104,00, pari alla diaria da inabilità temporanea totale (€ 144,00) moltiplicata per i 91 giorni trascorsi dal paziente in ospedale dopo il sinistro e fino al decesso; 2) un danno non patrimoniale subito in proprio a fronte della perdita del congiunto, quantificato in € 200.000,00 per ciascuno (somma che rientra nella “forbice” indicata dall’Osservatorio sulla Giusitizia Civile del Tribunale di Milano, largamente utilizzata nella giurisprudenza di merito in ambito di liquidazione del danno da lesione del rapporto parentale); 3) un danno patrimoniale corrispondente alle spese funerarie ed ai costi sostenuti per l’opera prestata dal medico-legale assunto dagli attori. Peraltro, il Tribunale ha stabilito che dovessero essere riconosciuti gli interessi legali sulle somme di cui al dispositivo (a dire il vero, in larga parte pagate anticipatamente dalla struttura ospedaliera nelle more della causa di primo grado) solamente dalla data della sentenza sino al saldo effettivo.

Pur avendo accolto le domande principali spiegate dai clienti, tale sentenza di primo grado ha tuttavia sollevato più di una perplessità, in particolare per non aver riconosciuto, come si auspicava, il diritto al risarcimento del “danno da morte”, che a parere di chi scrive dovrebbe spettare a qualunque persona deceduta per responsabilità altrui per il solo fatto dell’evento infausto in sé considerato (pregiudizio di natura non patrimoniale che verrebbe chiaramente liquidato agli eredi), in considerazione della chiara importanza che il bene “vita” riveste per un individuo, specialmente in un sistema di diritto, come il nostro, in cui tutti i diritti ed interessi individuali godono di larga tutela e protezione; altra perplessità risultava dall’aver liquidato le elevatissime sofferenze psico-fisiche subite dal paziente durante il ricovero post-trauma in base a un criterio inadeguato (la diaria da inabilità temporanea totale); infine, la sentenza di primo grado non ha riconosciuto rivalutazione monetaria ed interessi legali sui danni riconosciuti (se non solo dalla data della sentenza in poi, e limitatamente ai soli interessi legali) nonostante il lungo lasso di tempo (quasi 9 anni) trascorso dall’evento lesivo alla data della pronuncia.

Per quanto poi specificamente attiene al c.d. “danno da perdita della vita”, proprio nel corso del giudizio di primo grado è intervenuta la storica sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014 della Corte di Cassazione, con la quale è stata stabilita, per la prima volta da parte della stessa Suprema Corte ed in contrasto con il precedente risalente orientamento giurisprudenziale, la risarcibilità di tale pregiudizio e la conseguente trasmissibilità del risarcimento di tale danno “iure hereditatis”.

IL GIUDIZIO IN APPELLO

Anche in forza di tale precedente, i clienti hanno deciso di proporre appello avverso la predetta sentenza del Tribunale di Modena, chiedendo, in particolare, che fosse riconosciuto in capo al congiunto e trasmesso loro quali eredi un “danno da morte”, in sé considerato quale pregiudizio non patrimoniale autonomo; che fosse rivista la liquidazione del danno non patrimoniale “catastrofale” subito dal proprio sfortunato parente e liquidato in modo insufficiente dal Tribunale; che fossero riconosciuti rivalutazione monetaria ed interessi legali sui danni liquidati sin dal momento del decesso del congiunto.

La Corte d’Appello di Bologna, investita del caso, ha accolto parzialmente le domande spiegate dagli attori. Per la precisione, il danno non patrimoniale “catastrofale” subito dal paziente e trasmesso ai suoi eredi è stato liquidato nella somma di € 30.000,00 (sensibilmente superiore a quanto stabilito dal Tribunale), in considerazione del fatto che un simile pregiudizio, visto il vero e proprio calvario affrontato dal defunto, non può essere quantificato in base ad un mero criterio tabellare da inabilità, ma deve essere sicuramente incrementato secondo criteri equitativi atti a meglio rappresentare la situazione concreta. Ulteriormente, il Giudice di secondo grado ha ritenuto che, essendosi nell’ambito di una obbligazione di valore, il risarcimento dei danni liquidati non può sfuggire all’incremento dovuto al ritardo nella prestazione, riconoscendo così rivalutazione monetaria ed interessi legali sui pregiudizi non patrimoniali individuati (da calcolarsi devalutando le somme sino alla data della morte del paziente e quindi rivalutando tali importi annualmente con aggiunta degli interessi legali su quanto via via rivalutato).

Tuttavia, la Corte d’Appello di Bologna ha stabilito che il Giudice di primo grado ha deciso in modo corretto nel momento in cui non ha riconosciuto il “danno da morte” quale pregiudizio autonomo relativo alla mera perdita del bene “vita”. Occorre aggiungere che proprio nelle more del giudizio di secondo grado è intervenuta la sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015, con cui le Sezioni Unite della Suprema Corte sono intervenute a dirimere proprio il contrasto giurisprudenziale sorto a seguito della predetta, storica sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014. Orbene, con tale pronuncia la Cassazione ha di fatto confermato il proprio precedente orientamento, che nega la risarcibilità di un danno “da perdita della vita” e, conseguentemente, la sua trasmissibilità agli eredi del defunto.

Non si ritiene, tuttavia, di condividere tale decisione, in quanto è opinione dello scrivente che la perdita della vita, costituendo la distruzione del massimo bene dell’essere umano, meriti di essere risarcita qualora sia conseguenza di altrui condotte dolose o colpose.

A ben vedere, infatti, non si comprende per quale motivo, in un sistema che riconosce grande rilevanza e significato sotto il profilo risarcitorio a tutti i diritti e valori riconosciuti alla persona umana, non debba essere riconosciuto il risarcimento del danno derivante dalla perdita del bene della vita.

Si ritiene, quindi, di condividere quanto stabilito dalla Suprema Corte con la precedente sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014, che ha affermato che “costituisce danno non patrimoniale altresì il danno da perdita della vita, quale bene supremo dell’individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile garantito in via primaria da parte dell’ordinamento, anche sul piano della tutela civilistica”, e che “il ristoro del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissibile iure hereditatis”.

Avv. Moreno Merciari Foro di Modena

docente Vis Maior area civile

Per approfondimenti sui temi trattati si rimanda ai seguenti link:

https://www.portaledelmassimario.ipzs.it/frontoffice/rassegneAnnuali/1/dettaglio.do  Parte III Capitolo XIII

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